L'INDICE DELLE PAROLE CHIAVE

Il censimento delle fonti sulla stagione dei movimenti riguarda un tema allo stesso tempo circoscritto, ma anche estremamente complesso; i movimenti sociali, le cui tracce abbiamo ricercato in questo lavoro, sono molteplici e hanno avuto un ruolo e un’incidenza su aspetti della vita politica, economica e sociale profondamente differenti. Per questo motivo abbiamo cercato di individuare dei descrittori capaci di rappresentare le prevalenze e la caratterizzazione dei diversi complessi documentari descritti.

L’utilizzo dei termini ‘descrittori’ - consolidato in ambito documentalistico e bibliotecario - è, all’interno della disciplina archivistica, assai discusso per il sospetto di soggettività legato alla loro individuazione e per il timore che un accesso tematico declassi a opzionale quello principale, costituito dalla struttura di ordinamento e dal rapporto competenze/serie archivistiche; si va tuttavia affermando sempre di più (specie per gli archivi di persone dove le coordinate appena esposte fanno sentire meno la loro preponderanza) l’esigenza di governare strumenti idonei per accedere alle informazioni archivistiche con modalità molteplici (anche per sfruttare in maniera adeguata le possibilità offerte dagli strumenti informatici), e per rispondere alle richieste poste dai ricercatori per orientarli nell’universo delle fonti disponibili. Per questi aspetti rimandiamo ora a quanto viene realizzato dal progetto Archivi del Novecento, promosso dal Consorzio Baicr Sistema Cultura, nell'ambito dell'elaborazione di un thesaurus per l'indicizzazione di basidati archivistiche: http://www.archividelnovecento.it/site/thesaurus.htm.

Per questa ragione abbiamo deciso di elaborare una griglia di descrittori, utilizzata nel momento della rilevazione dei dati e in seguito ‘raffinata’ in base ai risultati e alle informazioni emerse. Il risultato che qui proponiamo, come strumento di lettura trasversale dei fondi documentari censiti, è una prima tappa di un lavoro che mira a proporre la costituzione di un vero e proprio ‘thesaurus movimenti’, strumento assai più complesso del semplice indice da noi elaborato.

La scelta delle voci è il risultato di una lunga riflessione del gruppo di lavoro, supportata da una conoscenza di base dei fondi documentari che ci apprestavamo a censire e da alcune interpretazioni storiografiche che sono state alla base dell’intero lavoro. Sono questi i motivi che ci hanno spinto a individuare alcune delle tematiche affrontate dai movimenti come talmente rilevanti da dover essere segnalate con un descrittore di primo livello, che a sua volta necessitava, in alcuni casi, per una maggiore precisione di una specifica di secondo livello (ad esempio i descrittori “lotte dei lavoratori” e “lotte sociali”, “movimenti delle donne” e “movimento studentesco”, “culture” e “diritti civili”). Sono stati comunque inseriti i necessari rimandi perché si possa rintracciare nell’indice il contesto di una voce di secondo livello.

Sottolineiamo che i termini presenti in indice sono quelli che hanno un riscontro nei fondi censiti; non si tratta, cioè, di una griglia astratta quanto dell’inizio, su base fattuale, di una più completa lista strutturata. Un termine, pur importante, può essere assente o avere poche occorrenze in relazione al fatto che non sono censiti o sono pochi i fondi tematizzati da quel termine.

Crediamo che sia necessario spendere alcune parole per motivare la scelta terminologica legata ad alcuni descrittori particolari:

1. Cultura al plurale: il rifiuto di una “cultura” ufficiale (al singolare e con una forte valenza normativa) non si riduceva all’elaborazione di una “controcultura”, ugualmente singolare e in qualche modo normante, ma puntava a individuare in una molteplicità di comportamenti quotidiani gli elementi distintivi delle culture dominanti con le conseguenti necessarie contrapposizioni di modelli di comportamenti e valori alternativi. Per questo motivo abbiamo scelto di proporre una voce di primo livello al plurale, le “culture” dei movimenti, sotto la quale inserire sia voci facilmente comprensibili da un punto di vista strettamente culturale - cinema, teatro, radio, ecc. - sia voci che rimandano alla concezione delle culture tipiche di quei movimenti, come la sessualità e la famiglia (due delle questioni nelle quali le riflessioni sviluppate all’interno dei movimenti femministi divennero realmente egemoni nei confronti degli altri movimenti).

2. E’ stato preferito il termine “dissenso ecclesiale” e non “dissenso cattolico” poiché il movimento di critica alle chiese ufficiali era un fatto diffuso tra tutte le confessioni cristiane, anche se il carattere fortemente istituzionale di quella cattolica ne fece il bersaglio maggiore della contestazione e generò le più evidenti manifestazioni di rottura; fra i “cattolici del dissenso” era forte la dimensione interconfessionale. L’espressione coeva di “dissenso” tout court insisteva sull’aspetto di disobbedienza come virtù e si caratterizzava come “ecclesiale” per sottolineare gli aspetti propositivi, mentre i suoi detrattori ne esaltavano gli aspetti “eretici” di rottura di una istituzione religiosa (“dissenso cattolico”, appunto).

3. La scelta del termine “nuova sinistra” per individuare il variegato universo dei gruppi e della militanza politica sviluppatasi alla sinistra del Partito comunista italiano rimanda a una lettura internazionale di questi fenomeni che vedono a partire dalla metà degli anni ‘60 la nascita e la diffusione di una sinistra che si propone come ‘altra’ rispetto alla sinistra esistente. Negli Stati Uniti, questa sinistra che appare sulla scena politica in occasione dell’occupazione di Berkeley nel 1964, si definisce – e viene definita – “new left” e questo termine sarà utilizzato in quasi tutti i paesi occidentali a segnalare la forte discontinuità fra i movimenti e le organizzazioni che nascevano dalle sue ceneri e i partiti “storici” della sinistra, nati come espressione politica del movimento operaio. Ci è quindi sembrato che “nuova sinistra” fosse un termine più corretto di “sinistra extraparlamentare” (anche in considerazione del fatto che alcune delle organizzazioni della “nuova sinistra” entrarono in Parlamento), ma anche meno valutativo, ad esempio, del termine “estrema sinistra” oppure “sinistra rivoluzionaria”.

La voce “nuova sinistra” è stata ulteriormente specificata, laddove ciò era possibile, con una voce di secondo livello intestata alle più importanti organizzazioni di questa area politica o alle ‘famiglie politiche’ (gruppi) di appartenenza nel caso di quella miriade di sigle che in quanto tali non assunsero mai una rilevanza nazionale; in questo caso abbiamo scelto di inserire qui anche quelle correnti politiche che, pur esistendo da prima della fine degli anni ‘60 (anarchici, trotskisti, marxisti-leninisti), sulla spinta della rivolta internazionale degli studenti acquistarono nuova vitalità con numerose organizzazioni che nacquero o si rinnovarono facendo un chiaro riferimento alla più complessa area della nuova sinistra.

4. Anche per quanto riguarda il termine “terrorismi” la scelta è stata quella di rifiutare l’utilizzo del singolare; la categoria del “terrorismo” ci appare come una sorta di grande contenitore nel quale sono mescolate vicende profondamente differenti, sia per le ragioni storiche che per le conseguenze, unificate dalla caratteristica di essere avvenimenti drammatici che hanno insanguinato il nostro Paese per più di un decennio. A fondamento della nostra scelta di utilizzare il termine al plurale c’è l’intenzione di distinguere alcune delle differenti forme di terrorismo che hanno caratterizzato gli anni che a noi interessano, supportati in questa interpretazione dai numerosi volumi, frutto di lunghe ricerche condotte dall’Istituto Cattaneo, apparsi all’inizio degli anni ‘90.

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